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| Nulla impedisca
la Transizione e il processo elettorale nella Repubblica
Democratica del Congo |
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Noi, associazioni e singoli della
società civile italiana, esprimiamo il
nostro dolore per il feroce massacro che, nella
notte fra il 13 e il 14 agosto, ha fatto almeno
160 uccisi, di cui molte donne e bambini, fra i
rifugiati congolesi Banyamulenge che si trovavano
a Gatumba, in Burundi, a pochi chilometri dalla
frontiera con il Congo: solidarietà alle
vittime e alle loro famiglie, che nella loro debolezza
di rifugiati sono state facile bersaglio di giochi
di potere che ancora devono essere messi in luce.
Insieme a tanti chiediamo che la Commissione
indipendente d'inchiesta, avviata dalle missioni
delle Nazioni Unite presenti in Burundi e in Congo,
faccia al più presto chiarezza su autori
ed eventuali mandanti, perché venga fatta
giustizia e nessuno possa servirsi di un crimine
per i propri scopi politici e tantomeno per avere
l'alibi o il pretesto per altri crimini.
Questo atroce massacro, portato giustamente alla
conoscenza del mondo, non deve far dimenticare
analoghi e talora ancor più gravi massacri
che hanno seminato di sangue la storia di questi
otto anni di guerra quasi ininterrotta in Congo.
Non è un gruppo minacciato di genocidio,
è un'intera popolazione di molteplici etnie
che viene usata senza pietà, uccisa, sfollata,
umiliata, stuprata, privata di possibilità
di cibo, di cura, di scuola, di lavoro, costretta
a vivere nella paura ad opera di ristretti gruppi
di potere della Regione, che spesso usano l'etnia
al fine di accedere e conservarsi al potere oppure
per estenderlo. Dietro a loro vi sono progetti politici
neocoloniali e, come hanno ampiamente e senza esito
rivelato ben tre rapporti dell'ONU, reti intercontinentali
che sfruttano illegalmente le ricchezze del Congo,
offrendo in cambio sostegno economico e militare
a una guerra che altrimenti non si spiegherebbe
nella sua durata e nel suo dispiegamento di mezzi
d'aggressione.
Questo massacro non deve neppure far dimenticare
il processo di costruzione di uno Stato sovrano
e democratico in atto nella Repubblica Democratica
del Congo. Né può intralciare
il processo faticoso intrapreso dalle istituzioni
della Transizione, le quali continuano il loro lavoro,
pur con molti difetti e difficoltà: si tratta
del processo di pace e democrazia in cui la popolazione
ripone le sue speranze. Il popolo congolese dice
no alla guerra, dice basta a tutte le imprese militari
di liberazione compiute sopra i cadaveri delle persone.
Sempre più numerose sono le prese di posizione
della Società Civile, sempre più chiaro
è il sentire popolare, sempre più
numerosi i giovani che, pur privi di mezzi, rifiutano
allettanti proposte di arruolamento, anche subendo
persecuzione, da parte dei signori della guerra.
Molti hanno maturato nella sofferenza una disponibilità
a perdere tutto, perfino la vita, pur di non perdere
il bene della costruzione di istituzioni democratiche
e del processo elettorale in un Paese unito e sovrano.
Mentre ci felicitiamo con l'Unione Europea
per il sostegno economico dato al processo
elettorale che si sta avviando in Congo e per le
puntuali prese di posizione sui fatti drammatici
che ancora tentano di interrompere questo percorso,
siamo però consapevoli che in questi anni
trattamenti di favore usati nei confronti
di alcuni Stati della Regione ne hanno incoraggiato
l'aggressività e hanno contribuito al perdurare
di una guerra che è, per numero di morti
e distruzioni, paragonabile a una guerra mondiale.
Numerose sono le testimonianze della popolazione
e ormai anche di documenti ufficiali che segnalano
sconfinamenti di militari e gruppi armati nell'est
del Paese. Da parte di molte persone che conoscono
e seguono da vicino gli sviluppi della situazione,
c'è il timore di un ritorno ad una guerra
a tutto campo.
Chiediamo perciò all'Unione Europea,
per coerenza con la sua scelta di appoggiare il
processo di Transizione in Congo:
* riguardo al Congo:
- di dar fiducia alle organizzazioni della Società
Civile, che interpretano le grandi aspettative
del popolo, rendendole protagoniste del processo
di pacificazione del Paese e della Regione;
- di sostenere senza ripensamenti il processo
di Transizione, vigilando su tutto ciò
che minaccia l'unità e l'integrità
del Paese e il processo stesso;
- offrire ogni risorsa necessaria affinché
il processo elettorale possa rispettare le
scadenze previste;
- di far pressione sugli Stati cui appartengono
le organizzazioni economiche e finanziarie coinvolte
nello sfruttamento illegale delle ricchezze del
Congo, come denunciato nei rapporti ONU, perché
diano seguito a queste denunce con inchieste giudiziarie
e decisioni conseguenti;
-
* riguardo a tutti Paesi della Regione dei Grandi
Laghi africani
- di usare coerenza nel suo atteggiamento
politico e finanziario nei confronti dei Paesi della
Regione, usando un metro comune, con trasparenza
e vigilanza;
- di promuovere in sede Onu, e di decidere già
autonomamente, che l'embargo vigilato delle armi,
attualmente limitato all'est del Congo, sia esteso
a tutti i Paesi della Regione;
- di continuare con fermezza a sostenere anche
in Burundi e in Rwanda i processi di dialogo e di
riconciliazione, consapevole che la soluzione
politica dei problemi deve essere trovata all'interno
di quei Paesi stessi.
Chiediamo all'Italia di adottare una politica
estera coerente con queste linee e di farsene portavoce
in sede europea.
Le tragedie dei popoli assumono spesso solo a distanza
di anni le loro reali proporzioni agli occhi e nella
coscienza di tutti. La sfida è prenderne
coscienza invece mentre i fatti accadono, prima,
se possibile, per prevenire nuove tragedie umane.
Oggi, con l'informazione è più possibile
e perciò più doveroso, per tutti,
in questa Casa del mondo che non è mai stata
così comune.
Vicomero, 25 agosto 2004 |
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